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Sassicaia

Il Sassicaia è uno dei migliori vini al mondo, tra i più pregiati, ricercati e apprezzati. Il prezzo del Sassicaia varia nel tempo e le migliori annate acquistano valore negli anni. Questo vino ha letteralmente inventato una nuova categoria di vini, ovvero i cosiddetti Supertuscan, vini toscani superpotenti e muscolosi, prevalentemente a base di vitigni francesi (Cabernet e Merlot) e quindi non prodotti con uve locali, come il Sangiovese. Oggi il distretto di Bolgheri è celebrato nel mondo per la qualità dei suoi vini, importanti cantine si sono insediate negli anni nella zona, realizzando vini altrettanto "planetari", sulle orme del primogenito "Sassicaia", un vero e proprio precursore. A celebrare il mito del Sassicaia, tantissimi premi e riconoscimenti soprattutto nelle annate storiche come la 1985 e la 2016, premiate con i rarissimi 100 punti Robert Parker, guru della degustazione, della prestigiosissima rivista americana Wine Spectator.

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La storia del Sassicaia è la perfetta rappresentazione di quanto la volontà, la tenacia e, a volte, la testardaggine di un uomo possano avere la meglio (con un pizzico di Fortuna) su tutto e su tutti. Ma partiamo dall'inizio, i protagonisti della vicenda sono: i Marchesi Incisa della Rocchetta, nobile famiglia piemontese, le famiglie degli Antinori e della Gherardesca, l'enologo Giacomo Tachis e, naturalmente, la Tenuta San Guido.

Siamo a Bolgheri, in Provincia di Livorno, territorio all’epoca (siamo negli anni 30 del 1900) ben poco vocato alla produzione di vino; in zona, si producevano 3 vini tipici ed erano: un vino bianco, un vin santo e, successivamente, un rosato. Quindi nessuna tradizione sui vini rossi. Il marchese Mario Incisa della Rocchetta, astigiano, studia agraria a Pisa; è un grande appassionato di cavalli e conosce, durante un ricevimento organizzato da Federico Tesio, (grande allevatore di purosangue) Clarice della Gherardesca: se ne innamora e poco dopo convola a nozze, proprio a Bolgheri dove Clarice, imparentata con la famiglia Antinori (già all'epoca importante produttore di vino), con il matrimonio porta in dote oltre seicento ettari di terreno con una decina di poderi. Nel frattempo, nel 1932, Mario Incisa della Rocchetta entra in società con Tesio e nasce così il primo nucleo della leggendaria Razza equina (e scuderia) Dormello-Olgiata; per la cronaca, di lì a 20 anni, nascerà il mitico purosangue RIBOT che negli 50-60 vincerà tutto quello che ci sarà da vincere nel mondo dell’ippica, a livello planetario.

Ma il marchese Mario ha anche altri progetti: infatti, si è messo in testa di fare un vino, un grande vino, “come quei francesi di Bordeaux”, che lui conosce molto bene tramite l’amico Barone di Rothschild e le frequenti visite che fa nel suo prestigioso chateau a Bordeaux. Ma lo vuole fare solo per lui e per la sua famiglia, non ha ambizioni di produzione e commercializzazione. Ha subito un’intuizione: ritiene che debbano essere utilizzate viti tipiche dell’area francese, in particolar modo il Cabernet. La decisione di piantare queste varietà nella Tenuta San Guido, a Bolgheri (di proprietà della moglie), è in parte dovuta alla somiglianza che egli nota tra questa zona della Toscana e le Graves a Bordeaux. Grave vuole dire ghiaia e la zona bordolese prende il nome dal terreno sassoso che distingue il territorio locale: proprio come l’area chiamata Sassicaia nella tenuta della moglie, appunto a Bolgheri. Nel 1944, Mario acquista dai marchesi Salviati di Migliarino Pisano delle barbatelle di Cabernet Sauvignon. Da loro, infatti, aveva assaggiato un vino che gli ricordava da vicino proprio i vini di Bordeaux. E qui si sfata il “mito” che le barbatelle fossero state acquistate dall’amico Barone di Rothschild, anche se l’ispirazione rimane sempre la Francia, naturalmente.

Le prime vendemmie familiari sono avventurose, la cantina è amatoriale e rudimentale: il vino è poco (appena un paio di ettolitri) e tutti i fattori della tenuta ai quali il marchese lo fa assaggiare, dicono che il vino “ci ha il foco, fa schifo”. Viene coinvolto anche l'amico Barone di Rothschild, ma nemmeno lui si dichiara entusiasta. Il Sassicaiamarchese Mario, però, non si arrende; continua tenacemente il suo lavoro e applica i sistemi osservati in Francia, tra i quali drastiche potature in vigna, per ottenere non più di 350 grammi di piccoli grappoli di Cabernet per singola pianta, un’eresia per l’epoca. Questi sono a dir poco splendidi, ricchi di sostanze e compatti, ma la vinificazione non è corretta, la cantina non è adeguata alle peculiarità decisamente uniche di questa uva. Il marchese, per niente scoraggiato, continua prove su prove, per tutti gli anni 50, una caparbietà a dir poco ammirevole. Nel 1962, nuovi assaggi dimostrano che quel vino, inizialmente grezzo e scalciante, nel corso degli anni si sta trasformando in qualcosa di molto diverso e che piano piano assomiglia sempre più a quei vini di Bordeaux, come diceva lui. In quel periodo fa il suo ingresso in cantina un nipote di Mario, il marchese Carlo Guerrieri Gonzaga, oggi affermato produttore in Trentino con la celebre Tenuta San Leonardo. Carlo è giovane, è fresco di studi al Lycée Agricole di Losanna e porta delle sostanziali novità, tra le quali la fermentazione nei tini di legno: sono botti costruite dall’Italbotti di Conegliano Veneto e assomigliano proprio alle attuali barrique, ed infatti sono realizzate ad hoc, sul modello francese. E arriva anche una delicatissima pressa Wilmess a polmone di caucciù, una vera e propria chicca per l'epoca, che manda definitivamente in pensione il vecchio tradizionale torchio presente nella tenuta.

Nel 1968 nasce la prima annata ufficiale del Sassicaia. E’ di fatto un blend con vini anche del 1966 e 1967 e, in minima parte, del 1965. In questo periodo fa la sua apparizione la stella del logo attuale, tratta dallo stemma di famiglia dei marchesi Incisa e nelle vendemmie successive verrà introdotto anche il Cabernet Franc a realizzare il celebre blend che tutti oggi conosciamo. A questo punto, il progetto produttivo si fa più preciso e mirato: Mario stringe un accordo, non senza mugugni, con i cugini Antinori per la vendita del Sassicaia attraverso la loro rete ampia commerciale. In forza del rapporto commerciale, arriva infatti in cantina Giacomo Tachis, giovane enologo piemontese, già in forza agli Antinori, il quale d’ora in poi seguirà il vino sempre più da vicino. Si riconosce sempre di più la qualità che questo prodotto sa esprimere nel tempo, diciamo le potenzialità. I cambiamenti sono numerosi e le scelte semi-artigianali di Mario sono abbandonate, con grande fatica e non senza polemiche. Il marchese Mario non ha un carattere facile e sentirsi dire cosa fare da qualcuno esterno alla famiglia complica la situazione. Oltretutto, sentirsi dire cosa fare delle sue uve, provenienti dalle sue terre e cosa fare del suo vino, nella sua cantina... E come se non fosse ancora abbastanza, sentirselo dire da un ragazzotto piemontese, figlio di un meccanico tessile e di una casalinga: erano infatti queste le umili origini di Tachis. Uno dei punti cruciali della disputa è certamente la fermentazione del vino: per Tachis deve svolgersi a temperatura controllata in recipienti di acciaio, mentre per il marchese, rigorosamente in tini di legno. E la cosa divertente è che il marchese continuerà a farlo anche dopo l’arrivo dei tini d’acciaio, imposti "dalla ragion di stato". Infatti a partire dalla vendemmia 1977, il marchese inizierà a produrre un “Sassicaia clandestino”, così pare lo chiamasse scherzosamente lui stesso, fermentato in legno, in barba alle raccomandazioni di Tachis, nonostante il vino (fermentato in acciaio) avesse già fatto "innamorare" buona parte del mercato. E non ci fu nulla da fare: fino alla fine, Mario volle continuare a far fermentare almeno un po’ del suo vino, delle sue uve delle sue terre, a modo suo. L’enologo andava bene per vendere, ma per fare il “suo” Sassicaia, quelle raccomandazioni non esistevano! Lo stesso enotecnico, di fatto, non esisteva, per il marchese. Ed infatti, Tachis ancor oggi, incredibilmente, non è menzionato nemmeno una volta sul sito ufficiale della tenuta, a testimonianza dei difficili rapporti dell'epoca. I fatti e la storia hanno, però, successivamente decretato la indubitabile statura, a livello mondiale, dell'enologo piemontese (recentemente scomparso), ritenuto, ancora oggi uno dei più grandi winemaker del mondo.

Tra il 1969 e il 1973 il vino non suscita ancora particolari reazioni da parte della critica, ma nel 1974 un giovane Luigi Veronelli è il primo ad accorgersi di quanto fosse grande la statura di quel vino, e soprattutto le sue potenzialità, infatti sul numero di Panorama n° 447 del 14/11/1974 dedica al Sassicaia, annata 1968, l’intera sua rubrica, scrivendone in termini entusiastici. Devono passare ancora alcuni anni, però, per averne una consacrazione ufficiale: nel 1978, siamo a Londra, durante una degustazione "alla cieca" con bottiglie rigorosamente anonime, il Sassicaia, di un’annata eccezionalmente piovosa come il 1972, sbaraglia i migliori 32 Cabernet Sauvignon del mondo, tra cui i migliori Château bordolesi. A quei tempi era un evento davvero eccezionale che un vino italiano mettesse in riga dei vini francesi. E così il fenomeno Sassicaia esplode a livello planetario e viene riconosciuto, vendemmia dopo vendemmia, tra i migliori e più iconici vini del pianeta. Il resto è storia odierna. Niccolò Incisa della Rocchetta, affiancato oggi dalla figlia Priscilla, conduce saldamente la tenuta, ereditata alla morte del padre Mario, avvenuta nel 1993, dopo averlo affiancato per tanti anni nella conduzione della cantina. Lunga vita al Sassicaia!

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